Lesen ist wundervoll.

Währinger Straße 122, 1180 Wien
+43 1 942 75 89
1180@hartliebs.at
Die aktuellen Öffnungszeiten finden Sie auf unserer Startseite

Porzellangasse 36, 1090 Wien
+43 1 31 511 45
1090@hartliebs.at
Die aktuellen Öffnungszeiten finden Sie auf unserer Startseite

Quattro domande a Domenico Dara

In occasione dell’uscita in tedesco del libro „Appunti di meccanica celeste“( Nutrimenti Editore 2016 ) per l’editore Kiepenheuer & Witsch con il titolo „Der Zirkus von Girifalco“ (2021) abbiamo chiesto all’autore Domenico Dara un’intervista.

Abbiamo preparato quattro domande e quando Domenico ci ha mandato le sue risposte abbiamo di nuovo potuto rivivere l’atmosfera della sua Girifalco e delle sue storie.

 

 

Con il tuo secondo romanzo sei tornato a Girifalco, borgo calabrese che ti ha visto crescere. Per tanti lettori è stato un atteso ritorno e tu hai saputo ricreare la stessa atmosfera, intima e avvolgente. In cosa consiste la magia di Girifalco, paese che puó sembrare fuori dal mondo ma mentre leggi è tutto il mondo?

Mi fa piacere che nella domanda sottolinei il fatto che Girifalco sia “tutto il mondo”, “il centro del mondo” come scrivevo nel Breve trattato. Una metafora, ovviamente, per suggerire l’idea che quanto accade in questo piccolo e periferico paese del Sud Italia può in realtà avvenire in tutti i paesi del mondo. Ed è proprio ciò che accade, gli eventi che si susseguono e i modi in cui succedono, che rende l’atmosfera direi sovrannaturale di Girifalco, poiché qui sembra mostrarsi tutto ciò che è umanamente possibile. Girifalco è il luogo della possibilità, in cui anche gli accadimenti quasi impossibili accadono, in cui coincidenze straordinarie ma reali avvengono, in cui le rarità umane trovano accoglienza, tutto ciò che chiamo “piccoli miracoli laici”.

I primi sette capitoli sono ritratti dei personaggi principali del romanzo, ognuno con le proprie disgrazie e grandi desideri. E in quello spazio, tra il fango e le stelle, irromperanno anche gli artisti del circo Engelmann, così che per pochi giorni tutto sembrerà possibile. Da ogni tua pagina traspare l‘amore che hai per i tuoi personaggi; è anche questo che ti ha permesso di donare ad ognuno di loro uno sguardo diverso sulle vicende e sulla condizione umana?

L’amore che traspare per i miei personaggi dipende dal fatto che tutti, da quelli principali alle semplici comparse, sono schegge di quello che sono stato, di quello che sono, di quello che ho immaginato di essere. Ogni loro pensiero è stato il mio pensiero, ogni loro dubbio è stato il mio dubbio: cerco il senso dei miei piccoli gesti quotidiani come il postino, conosco il dramma di cosa voglia dire crescere senza un padre come Angelo, conosco la cattiveria di Malarosa ma anche la bontà di Rorò, ho provato il senso di sterilità di Concetta e ho sfiorato la follia di Lulù. Noi non siamo un monolito, un blocco umano compatto, siamo tante identità e umanità racchiuse in un corpo solo, e a questa molteplicità dell’essere faccio ricorso quando devo pensare ai miei personaggi. Se si descrive un sentimento, anche il più estremo, bisogna averlo provato sulla propria pelle altrimenti la parola diventa finzione, e il lettore si accorge sempre quando lo scrittore finge.

È appagante il modo di costruire la storia, il dipanarsi delle vicende e soprattutto le connessioni: un meccanismo perfetto in cui le persone come pianeti si muovono l‘uno rispetto all‘altro. Potrebbe essere questa meccanica celeste un‘idea di destino? E che ruolo hanno in questa meccanica i personaggi che come angeli intervengono per il bene altrui?

Il meccanismo perfetto a cui fai riferimento fa sempre da sfondo alle mie storie e rimanda a un mondo in cui tutto, anche il particolare apparentemente più insignificante, partecipa alla definizione di un sistema e del suo significato. Il rimando alla meccanica celeste fa riferimento al personaggio di Archidemo lo stoico. Egli è convinto che gli uomini si muovano come corpi celesti, secondo una traiettoria già tracciata e stabilita rispetto alla quale l’azione umana è sterile e vana. Sennonché l’arrivo del circo Engelmann fa crollare queste certezze e gli instilla il dubbio che la meccanica umana sia diversa da quella celeste in quanto c’è spazio per l’imprevedibile e per le modifiche delle azioni umane. È il dilemma umano del destino già tracciato o del destino deciso dalle nostre azioni. Non ci sono risposte definitive ma a me piace pensare, così, per semplice fascino e senza prove a mio carico, che ci sia nell’universo una direzione che ha già previsto la nostra vita e tutte le sue più disparate manifestazioni. Mi piace pensare che noi facciamo parte di un progetto più grande. In questo senso l’arrivo del circo Engelmann può essere interpretato, in riferimento al sistema, come un ennesimo ingranaggio del meccanismo, ma in riferimento ai personaggi, come la semplice dimostrazione che spesso, per risolvere i nostri problemi, abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti, perché avere bisogno dell’altro non è un segno di debolezza ma semplicemente la messa in atto del nostro essere umani.

Anche in questa tua seconda prova letteraria hai usato questa lingua particolare, una musica data dall‘armonia di un italiano a tratti aulico e la percussione ritmica delle espressioni dialettali, che la traduttrice Anja Mehrmann ha sapientemente tradotto o lasciato nella versione in tedesco. È difficile per te questa acrobazia nel linguaggio? E quanto contribuisce alla storia?

Ogni storia può essere scritta con uno e un solo linguaggio. La lingua è fondamentale in un libro, la storia si crea attraverso le parole e quindi è impensabile immaginarle come due corpi estranei e differenti. La storia che leggiamo è anche la lingua in cui la leggiamo. Fatta questa premessa, il mio intento è di utilizzare ogni volta un linguaggio il più aderente possibile alla storia che sto scrivendo, e quindi nel mondo di Girifalco bisognava far ricorso a diversi registri linguistici, da quello dialettale a quello letterario, che di volta in volta aderivano agli sviluppi della vicenda. In generale, anche come lettore amo i linguaggi espressionisti sia per cultura, sia per formazione, essendo io un bilinguista dalla nascita poiché nel mio paese italiano e dialetto si equivalevano. Anche per questo non è stato difficile fondere i due registri, anzi, uno dei motivi per i quali ho abbandonato il dialetto nel terzo romanzo, Malinverno, è stata proprio la dimestichezza e facilità con cui ormai adoperavo quel linguaggio. Nella scrittura, le strade semplici e senza difficoltà devono sempre essere abbandonate.

 

Schreibe einen Kommentar

Deine E-Mail-Adresse wird nicht veröffentlicht.